
L’artwork di Descension è fantastico. Vi siete ispirati alla cultura Toraja?
Antoine Hadjioannou: Grazie. No, la cultura Toraja non ci ha ispirato, non in maniera diretta.
In tutte e due le vostre uscite (un sette pollici e Descension), non cantate (o meglio, non parlate). Preferite parlare attraverso la musica e le immagini?
Non è che noi preferiamo esprimerci attraverso musica ed immagini, è solo che noi non abbiamo bisogno delle parole. Non c’è segretezza, ma mistero, e le parole uccidono il mistero.
Nei vostri artwork troviamo sempre una lettera dell’alfabeto enochiano. Tra l’altro suonate anche in band black metal. Sia il black metal sia quanto suonato come Aluk Todolo sembra semplice ed immediato, e in un certo senso per voi vale il detto “less is more”, ma l’immaginario è spesso complesso. Si tratta di una contraddizione? E davvero per voi “less is more”?
Io non ritengo che la complessità dell’immaginario sia in contraddizione con il minimalismo della nostra musica. Si tratta di qualcosa di mimetico dei paesaggi mentali che la nostra musica dovrebbe generare. Una semplice figura può procurare le allucinazioni più complesse e un singolo rumore ti può trasportare in tanti mondi. Questo è quello che “less is more” significa per me.
Come dicevo, suonate anche in band black metal. Perché avete deciso di creare un nuovo progetto per suonare la musica particolare degli Aluk Todolo?
Il primo black metal era psichedelico e sperimentale. All’inizio non c’erano regole.
Con gli Aluk Todolo abbiamo voluto tornare sul serio alle radici del buio.
Molte persone vi associano ai This Heat, un gruppo nato nel 1975 (e poi considerato parte del post-punk). Ascoltando “Burial Ground”, l’ho immediatamente associata ai This Heat e al loro primo album eponimo. Ha senso per voi?
Sì, ha un senso. I This Heat sono una band che amiamo, specialmente il loro primo album. Il loro approccio radicalmente innovativo alla musica è qualcosa a cui noi ci sentiamo molto vicini.

I This Heat tra l’altro utilizzavano lo studio di registrazione, l’elettronica e la musique concrète per creare i loro album. Sembra che il sound di Descension provenga solo da chitarra, basso e batteria, anche se certe volte qualcosa può sembrare elettronico e l’utilizzo di figure di ripetizione possa ricordare gli inizi della musica elettronica e Steve Reich. Insomma, qual è il vostro rapporto con l’elettronica e l’avanguardia?
La musica di Steve Reich è un po’ troppo concettuale per me. Però mi piace la prima musica elettronica, e anche l’industrial: Karlheinz Stockhausen, Mort Garson, Conrad Schnitzler… Penso che il modo in cui noi creiamo la nostra musica sia simile alle loro sperimentazioni. È vero, utilizziamo gli strumenti del rock’n’roll, ma in maniera inusuale. Registriamo ore e ore di musica e la fase di mixaggio è molto importante.
Com’è logico, le etichette e i giornalisti hanno segnalato che James Plotkin (Khanate, Khlyst) si è occupato del mastering. Siete soddisfatti di come si è mosso? Secondo voi, qual è il “plus” che può dare il suo lavoro?
Devo dire che – a causa della distanza geografica - è stato un po’ complicato lavorare con James, anche perché noi abbiamo delle idee molto precise sul mastering. Alla fine ha svolto un lavoro grandioso. Un mastering non cambia però drasticamente il sound di un album. Quello che lui ha fatto a portato un po’ più di dinamiche, ma tutti gli elementi che tu senti c’erano già da prima.
Scusate se insisto col black metal, ma un vostro compatriota, lo storico Lucien Febvre, disse una volta che la conoscenza si fa attraverso paragoni: probabilmente, molti ascoltatori di black metal sentiranno Descension, ma lo considereranno estremo? State anche cercando di dimostrare che velocità e alto volume non sono necessari per essere estremi?
No, noi non vogliamo dimostrare nulla. La maggior parte dei black metallers non capisce la nostra musica, ma non capisce nemmeno il genere che stanno seguendo. Io considero la nostra musica molto più estrema di quella di molti gruppi black metal attuali. Il black metal è Sturm und Drang, e io odio sia i cosiddetti “true” sia quelli trendy. Però - per fortuna - in questo ambito ci sono ancora delle buone band. Per esempio, mi sento vicino ai Blacklodge per le loro sperimentazioni e ai Nahemah per come comprendono cosa significhi davvero la tradizione.
Suonate musica “rituale” e lo fate anche dal vivo. Come reagisce il pubblico a questo rito?
Non lo so. Quello che posso dire è che quando suoniamo dal vivo dobbiamo avere a che fare con le persone e la loro energia. In un certo senso non è come se suonassimo per loro, ma con loro.
::Aluk Todolo su Audiodrome::
Gruppo: Aluk Todolo [
http://aluktodolo.tk]
Intervistato: Antoine Hadjioannou
Data intervista: gennaio 2007