Torna alla Homepage
Accedi al WebMail
Clicca QUI
   

SPARKLE IN GREY [inter]view

Autori di uno dei migliori dischi elettro/improv dell’anno, gli Sparkle in Grey
hanno fatto quattro chiacchiere con noi. Eccone il resoconto.


Domanda di riscaldamento: Come nasce il progetto Sparkle in Grey? E, mi raccomando, tutto fin nel minimo dettaglio!

Matteo: Allora, è una storia complessa. Un noto impresario musicale (di cui preferiamo tacere il nome) inserì un annuncio - era il 2006 - sulla rivista “Cioè”. Cercava: “giovani e talentuosi musicisti di bella presenza per avviare una boy band post-rock sperimentale con influenze di Tuxedomoon e Labradford”. Tra gli altri, rispondemmo noi quattro. Scelsero Franz poiché era bello come un Dio, ma dovettero insegnarli a suonare il violino in un paio di settimane. Ora se la cava bene, dovrebbe diplomarsi al conservatorio. Alberto fu scelto come “macho guitar boy”, infatti suona sempre sia la chitarra che il basso con i muscoli di fuori, in evidenza, e spesso scalzo. Cristiano sa suonare di tutto, dalla batteria alla chitarra al glockenspiel, ma in realtà lo teniamo solo per ballare, un po’ come Paul Rutherford nei Frankie Goes To Hollywood. Per quel che riguarda me, ero un polistrumentista eccezionale, ma purtroppo brutto come la fame, così hanno investito parecchio su una serie di operazioni di chirurgia plastica. Il fatto tragico è che a causa degli effetti del botulino usato per gonfiarmi le labbra ora ho perso quasi completamente la manualità e posso a malapena muovere le dita, così sono passato al computer e faccio le basi elettroniche per gli altri tre.
In effetti esiste poi un’altra versione della storia, messa in giro dalla solita  stampa male informata, la quale sosterrebbe che Sparkle in Grey fosse un mio progetto solista di musica elettronica, poi allargatosi a gruppo nel 2006 con l’arrivo degli altri tre da formazioni più o meno conosciute di nome Pulp-Ito, Yakudoshi e Norm. Ma lo scrivono solo per gettare discredito sulla nostra boy band.

Eh, la stampa odierna. Ma per passare al faceto, quanto c’è di improvvisato e quanto di strutturato o ristrutturato in studio nelle composizioni di A Quiet Place?

Matteo: La nostra musica nasce in modo essenzialmente improvvisato, dove di norma ci si mette tutti insieme a suonare su qualche base elettronica per poi rifinire e rivedere il tutto prova dopo prova.

Cristiano: I brani, di solito, nascono da improvvisazioni condite da qualche frustrazione, voglia di riscatto, paura di fallire ed infine serenità. Poi, con un po’ di pazienza, si pulisce il tutto e si ha il brano.

Alberto: L’unica cosa veramente strutturata è la cena insieme prima di andare in sala prove, lì si definisce l’umore della serata…

Il vostro modus operandi è variato a seconda delle situazioni?
E quanto di ciò che è stato “vivere” il progetto, ha apportato modifiche di approccio in ciò che state registrando ora, per questo o per altri progetti personali?

Cristiano: Generalmente il nostro approccio non cambia, seguiamo la regola della libera ispirazione. Cerchiamo, in quelle poche ore di musica, di essere veramente noi stessi. Sia con “A Quiet Place” che con il prossimo disco, “México” ci siamo imposti di fuggire da qualsiasi regola preimpostata e di seguire la libera creatività. Non so se ne saiamo capaci ma il progetto consiste in questo.

Matteo: Sì, quanto dice Cristiano è esatto, tra l’altro con lui facevamo lo stesso anche con il vecchio progetto dei Norm, musica quasi del tutto improvvisata (e parecchio ossessiva). In questo momento, però, ci stiamo rendendo conto che più passa il tempo più la genesi dei brani si fa complessa, forse per la paura di ripeterci o per la difficoltà crescente di trovare tempo ed energie per suonare. México sta crescendo lentamente. Alcuni brani in passato li abbiamo finalizzati in pochissimo tempo, come ad esempio le impro sulle basi noise di MB/Maurizio Bianchi che hanno dato vita a “Nefelodhis”.

Alberto: Quanto fatto finora mi ha completamente soddisfatto. Era il meglio che potevamo fare, fatto nel miglior modo possibile. L’ideale sarebbe trovare una continuità senza ripetersi, provare cose nuove restando riconoscibili.

Com’è stato lavorare con Giuseppe Ielasi?  Quanto di suo c’è in A Quiet Place?

Matteo: E ora posso confessarlo dai: fu lui a mettere quell’annuncio. Ci manovra come marionette ora, non possiamo neppure più vedere le nostre famiglie e anche le interviste le scrive lui. È il Malcom McLaren della scena, ma anche – bisogna ammetterlo – un musicista eccezionale.
Seriamente: lavorare con Giuseppe è stato fantastico. Era la persona di cui avevamo bisogno. Lo conoscevo da tempo per amicizie extramusicali comuni e mi sono sorpreso quando ha accettato di registrare il nostro disco. È stato estremamente professionale  e non ha praticamente mai espresso pareri sui brani, con l’eccezione di un “questa mi piace” riferito all’unico episodio allegro del disco, la ritmata “Goose Game”. Per il resto, il mixing lo abbiamo curato assieme ed è credo grazie a lui che tutti i suoni sono piuttosto nitidi e puliti (cosa che peraltro ad alcuni non piace affatto, vedi Amaury Cambuzat che ha ascoltato il disco e lo ha trovato troppo ‘lisciato’). Noi siamo stati molto soddisfatti sia del processo, durante il quale Ielasi a volte ci costringeva a ripetere delle parti finché non erano fatte ad hoc, sia del risultato.
Credo però, che A Quiet Place non piacerà granché a molti dei fan del Ielasi musicista…


Vi sentite di aver raggiunto l’obiettivo “emotivo” del disco? A questo posto tranquillo o oasi di serenità è stata infine data vita in note e vibrazioni?

Alberto: Onestamente non lo so!

Matteo: Per quel che mi riguarda avevo in mente qualcosa di diverso inizialmente, di più rarefatto. Invece ora il disco mi piace così com’è, con momenti anche molto ‘duri’, come la seconda parte di “Pim In Delay”. Da fuori, pare che l’obiettivo sia raggiunto, dato che molti riportano le sonorità e le atmosfere al proprio piccolo mondo e si identificano e trovano riferimenti musicali a loro familiari, la qual cosa ci gratifica molto.

Cristiano: Se il disco evoca riflessioni e rimanda a “posti” del passato, allora sì, l’obiettivo è raggiunto. Se invece ascoltandolo non si prova proprio nulla, lo consiglierei a chi soffre di insonnia.

C’è stata un’attività live legata all’uscita del disco?  Se sì, com’è stata… ”strutturata”? In fondo, stando alla press release, lo stesso nasce in situazioni prettamente “dal vivo”.

Cristiano: Purtroppo, per adesso, ci è molto difficile trovare date per dei live ed è proprio un peccato perché sappiamo che è dal vivo che troviamo la nostra giusta dimensione.

Matteo: Sì, è durissimo suonare dal vivo oggigiorno e in Italia una musica come la nostra… di difficile catalogazione. Per fortuna siamo riusciti a suonare nell’ambito di piccoli bellissimi festival, come il Tagofest. In più, il fatto che sia solo strumentale allontana molte persone che vorrebbero un qualche ganzo che ancheggi davanti al microfono.
È anche per questo che stiamo puntando tutto sull’immagine; sulla nostra sensualità straripante, insomma.

Attenzione, domanda pericolosa: c’è ancora speranza che, dato lo stato attuale, l’Italia possa trovare la forza e per iniziare a diventare un posto, se non tranquillo, per lo meno “migliore”?

Alberto: Siamo in tanti, in uno spazio abbastanza limitato, quindi stare tranquilli è difficile. Tuttavia l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo le cui preoccupazioni principali riguardano il superfluo. Rendersene conto non sarebbe male, ma siamo troppo annoiati per farlo.

Matteo: Sì, stiamo da Dio in Italia. Il continuo progresso di questo paese, dove i finanziamenti destinati alle arti, alla cultura o alla sanità sono sempre meno, dove chiudono cinema e centri sociali, dove in molte città come Bologna e Genova è vietato girare di sera con una bottiglia in mano, sono entusiasmanti. Poi è bello che la distribuzione della ricchezza anche nel nostro paese stia diventando sempre più sbilanciata. Se la gente pensasse a mettere da parte più soldi per comprarsi un SUV anziché buttar via euro per mangiare, o peggio per comprare i dischi o andare a teatro le cose sì che filerebbero lisce.
Davvero meglio che mi fermi qui altrimenti divento pesante e mi viene da piangere sul serio. La situazione in Italia è avvilente. Il nostro governo è costituito principalmente da dei criminali, ma non dico altro perché poi magari ci censurano, chiudono Audiodrome e non ci fanno più suonare dal vivo.
Riflettendoci bene, però, già non ci riusciamo a suonare! Che si sia sparsa la voce che stiamo preparando una cover di “White Riot” dei Clash? ( questo è vero e vorremmo rifarla in chiave post-rock, con intro a cappella).

Cristiano: La speranza c’è ancora, però, se devo essere sincero, ho come il presentimento che giorno dopo giorno questa possibilità diminuisca. Ricorrendo
a una metafora banale sembra che “il male” stia dilagando sempre più rapidamente.

E dal punto di vista musicale, secondo voi cosa bisognerebbe attuare per dare almeno un po’ di ossigeno in più ad una scena globale sì ricca di proposte, ma qualitativamente spesso asfittica?

Alberto: Tre semplici passaggi: imparare a suonare la cornamusa, rapinare la SIAE, fuggire in Messico.

Cristiano: Bisognerebbe ricominciare a parlare alla gente e fargli capire che se la loro vita fa schifo hanno sempre una scelta.

Matteo: Ode alla saggezza dei miei sodali. Io ho scelto la tromba e non la cornamusa, ma in effetti un ritorno alla musica meno mediata, anche meno elettronica, meno registrata e più suonata per strada, forse mi sorride. Magari registreremo dischi senza pubblicarli e poi faremo come i Violent Femmes che ancora si divertono a suonare sui marciapiedi…

E il famigerato mercato morente? Si può in qualche modo cercare di far tornare i giovani ad interessarsi alla musica “di qualità” indipendentemente dagli steccati posti dai generi?

Alberto: Secondo me no. Pure Leonard Cohen è sceso dalla montagna. Ma non è colpa dei giovani se il mercato muore. Oggi i genitori mandano i figli a due anni a rompersi il cervello per suonare il violino. Se tutto filasse a dieci anni dovrebbero ascoltare Stockhausen. Invece per fortuna non lo fanno. Se il mercato muore brindiamo alla sua morte. “Per la stessa ragione del viaggio viaggiare”, per la stessa ragione del suono suonare…

Cristiano: Mercato morente? Come morente? non ne sapevo niente… perché nessuno mi ha avvertito? Ma allora è tutto inutile… allora anche queste risposte non servono a nulla! Dovevo immaginarlo, arrivo io e tutto finisce!

Matteo: Vero, pare che siamo arrivati al momento sbagliato, in cui aver pubblicato un disco è un punto di partenza e non di arrivo. Non so quanti giovani si interessino alla musica “di qualità”, ma forse più di quelli di un tempo. Peccato che la scarichino e non la comprino. Ma come biasimarli? Forse all’atto dell’iscrizione alla prima media dovrebbero obbligare i ragazzi ad acquistare la biografia di John Balance e una copia di “Leichenschrei” degli SPK. Magari crescerebbero meglio.

Oh, se mi risolvete tutto la prossima volta voto voi, eh! E i vostri gusti musicali?

Matteo: Io ho un background new wave/industrial. Sono partito dai Cure e dai Bauhaus per poi passare a Throbbing Gristle, Clock DVA e Cabaret Voltaire, con un debole per Cindy Talk e Controlled Bleeding. Ora però ascolto un sacco di pop rock e di musica acustica, ma continuo anche ad amare l’elettronica di stampo Warp o Morr music.

Alberto: Per tutta l’estate ho ascoltato Tom Waits, forse per sublimare la mia assenza al passaggio della sua cometa da queste parti. È un mostro, un genio totale, io e il Cris quando ne parliamo lo chiamiamo “il Maestro”. Nella sua musica c’è una ricchezza spaventosa. Poi, l’ultimo disco che ho comprato si chiama semplicemente “L’Escargot”, un progetto di Alessandro Pipino dei Radiodervish, un’opera divenuta mia inseparabile compagna. E infine, se penso a quale band abbia portato più arrosto alla musica quest’anno, d’istinto dico Portishead.

Matteo: Per completezza aggiungo io due righe sui gusti di Franz, che ha una passione per Pink Floyd e Nine Inch Nails, ed il Cris, cresciuto a suon di Flaming Lips. Ma inevitabilmente per tutti e quattro ci sono ancora molti altri gruppi che amiamo, spesso con radicali divergenze. Pare che solo Disintegration dei Cure ci metta tutti d’accordo.

Domandone finale, allora. Come ci si sente ad essere “la versione boy band dei Tuxedomoon”?

Matteo: Ah ah, ci si sente benissimo! Fu Salvo Pinzone di Disasters By Choice che ci disse che gli ricordavamo i Tuxedomoon, ma ci sentiamo sempre un po’ pretenziosi a paragonarci ad altri gruppi, quindi ci siamo inventati questa cosa quando si è trattato di scrivere la press sheet.
In effetti credo di non riuscire ad immaginare nulla di più ridicolo di Blain Reninger & co. che suona in perizoma e a torso nudo come facevano i mitici Take That. Noi non lo abbiamo ancora fatto, ma quasi quasi ci proviamo davvero, chissà magari  finalmente suoneremo di fronte a torme di ragazzine eccitate da quattro ultratrentenni impacciati ma seminudi!

Alberto: La dura realtà: ogni mattina mi specchio nel caffelatte e quest’immagine mi dà la forza per affrontare la giornata.

::Sparkle In Grey su Audiodrome::

A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it]

Gruppo: Sparkle In Grey

Data intervista: ottobre 2008
Stampa la pagina | Invia l'articolo ad un amico
 Link correlati
 Archivio [inter]view

Articolo più letto su [inter]view:
PREMIATA FORNERIA MARCONI

  Motore di ricerca Guida utilizzo
1 seleziona cosa cercare
2 inserisci [specifica]
 Réclame
 Powered by
SPARKLE IN GREY | Login/crea un profilo | 0 Commenti
I commenti sono di proprietà dei legittimi autori, che ne sono anche responsabili.