
Tornando un attimo indietro,che ricordi avete di After Dark, My Sweet? A distanza di tempo ritenete che le sue finalità artistiche siano state espresse appieno?
Luca Giovardi: Assolutamente sì. Il momento in cui registrammo il disco fu davvero un periodo di libertà assoluta. Volevamo cambiare il modo di fare le cose, buttammo il cuore oltre l'ostacolo e in due giorni producemmo il 90% di quello che senti sul disco. Entrando in studio non avevamo nemmeno in testa l'idea di pubblicare quel materiale, semplicemente andammo e suonammo. Poi il tour seguente, con Laura e Mara, è stato bellissimo nonostante le difficoltà.
Curiosità spicciola: come mai lo avete intitolato come l’omonimo romanzo di Jim Thompson?
Nessun motivo particolare, il titolo era bellissimo e si addiceva al nostro materiale, quindi lo abbiamo rubato.
Cosa vi va di raccontarci della vostra collaborazione con Mr Sonic Boom?
Con Pete ci siamo divertiti, ma non sempre è di facile gestione. In fondo è inglese.
Da quel disco vi siete accasati alla A Silent Place. Come è avvenuto il tutto e come mai proprio la A Silent Place?
È capitato. Siamo entrati in contatto in occasione dell'ep con Sonic Boom e ci siamo piaciuti. Il nostro album è atipico per il loro catalogo e loro sono una label atipica per i Julies, quindi - avendo tra le mani un disco atipico in sé - ci è parso tutto perfetto.
Quali sono, secondo il vostro punto di vista, le chiavi di lettura più importanti di Our Secret Ceremony?
Non ci piace suggerirne, anche perché non abbiamo in mano noi stessi gli strumenti per analizzare il nostro lavoro. Di solito io mi faccio un'idea dei nostri dischi almeno un paio d'anni dopo la loro uscita.

Com’è nato, cresciuto e si è sviluppato? Ormai vi si può definire un vero e proprio collettivo, data la presenza di tanti contributi “esterni”.
In un certo senso sì, anche se dal vivo poi giriamo con una formazione a cinque ormai rodata, alla quale eventualmente si possono aggiungere altre persone. In studio in effetti il discorso è diverso, perché abbiamo sempre con noi il Reverendo che arrangia e suona parecchie cose, ma dal vivo non ha la possibilità di seguirci. Le prime session le abbiamo fatte ancora con Mara al basso, poi abbiamo invitato diversi altri amici a partecipare. Quindi sì, è stato un lavoro collettivo dove ognuno ha messo del suo.
Perché la scelta di “dedicare” due canzoni a Kate Moss? O, in altri termini, cosa rappresenta in realtà la sua figura nel contesto e come mai proprio lei?
La canzone non è in realtà dedicata a Kate Moss e non parla di lei. Il titolo è una sorta di storpiatura di "The Devil In Miss Jones", classico dell'erotismo americano. Non so nemmeno se questa Kate Moss sia la modella. Se proprio vogliamo parlare di lei, posso dirti solo che mi affascina il connubio tra bellezza e devastazione: ha un che di molto molto umano, al di là del glamour che non mi interessa.
In merito all’interpretazione numerologica del disco e i simbolismi sparsi qua e là nelle canzoni o in tutto l’artwork in che modo possono essere considerati? Siete per caso appassionati di Chaos Magic, data la citazione di Jung riportata nella press release? (“In ogni caos c'è un cosmo, in ogni disordine un ordine segreto”)
No non lo siamo, però è affascinante il tentativo di mettere in rapporto matematica e magia. C'è effettivamente qualcosa di magico nella matematica e nella teoria dei numeri ed è qualcosa di assolutamente vicino alla musica.
Come verrà trasposta tutta l’eterogenea musicalità di Our Secret Ceremony dal vivo?
Suonando le canzoni una dietro l'altra (ride, ndr). Dal vivo credo che il problema dell'eterogeneità del materiale si risolva da solo, nel senso che l'impatto del gruppo e la necessità di limare i suoni e scarnificare un po' gli arrangiamenti
riescono a far da collante.
Progetti per il futuro?
Per ora suonare dal vivo.
Gruppo: Julie's Haircut
Intervistato: Luca Giovardi
Data intervista: febbraio 2009