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LOCRIAN | T. Hannum, A. Foisy, S. Hess [inter]view

C’era un patto coi Locrian riguardo a una nuova intervista per fare il punto della situazione, anche se solo a un anno e mezzo di distanza dalla prima, che era servita a inquadrarne origini  e stile musicale. Il motivo sta nel quantitativo di uscite importanti e di valore seguite al buon esordio Drenched Lands. Il fatto che nel mentre – tra le altre cose –  The Crystal World sia diventato disco di novembre per la miglior rivista di musica italiana è secondario, ma schifo non fa…

Locrian, foto di Rik Garrett



Abbiamo già fatto un’intervista a giugno 2009, quando era uscito Drenched Lands. Da quella volta ho ascoltato Territories, Rain Of Ashes e ora The Crystal World. Il progetto sta crescendo? Avete trovato la quadratura del cerchio?

Terence Hannum: Decisamente cresciuto, sia nel passaggio da Drenched Lands al nostro disco collaborativo (Territories, ndr) e ora con l’aggiunta di Steven in The Crystal World. Penso che abbiamo “triangolato” il cerchio… siamo in tre fissi ora.

André Foisy: Sono d’accordo con Terence. Siamo sempre al lavoro su nuove idee e nuovi modi di arrangiare la nostra musica. Sono molto fiero di come ci siamo evoluti dal nostro primo album in studio e sono molto entusiasta della forma che sta prendendo il nostro sound.

Vorrei parlare subito di Mark Solotroff, perché ricorderò a lungo la sua performance in “Inverted Ruins” (Territories). Ascoltandolo ho immaginato un attore, non un cantante, se capite che intendo. Secondo voi che cos’ha aggiunto alla traccia?

Terence: Mark è un vocalist fenomenale e una persona profonda. Ha portato molto nelle sessioni di Territories e ha aggiunto questo monologo grandioso e sbraitante che mi ha shockato. È qualcosa che si può sentire anche nei Bloodyminded, ma con una sua specificità per i Locrian. Sono fan di tutto quello che fa.

André: Penso che Mark abbia davvero valorizzato quella traccia. Abbiamo realizzato anche una versione alternativa di “Inverted Ruins” quando abbiamo performato con lui alla stazione radio “Something Else” di Loyola. Mi piace come la traccia amalgama elementi molto diversi. I suoni di sintetizzatore che sono la sua base sono molto melodici e ripetitivi, le parti vocali di Mark sono da qualche parte tra il cantato e l’urlato e - mentre gli arriva forte il feedback dai suoi microfoni - la batteria di Andrew e il mio basso aggiungono un livello di tensione alla traccia che cresce e cresce.

Anche io sono fan di tutta la roba di Mark ed è stato un onore collaborare con lui su disco.

Tanti ospiti in Territories, come in certi dischi dei Sunn O))). Avete guidato il processo creativo una volta in studio? O è stata una cosa più spontanea?

Terrence Hannum, foto di Rik GarrettTerence: Metà e metà. Per una parte io, André e Andrew (dei Velnias) abbiamo buttato giù delle idee e poi fatto entrare gli altri. Altre volte giungevamo a qualche idea sui synth con Mark o sui pezzi di sax e organo con Bruce Lamont degli Yakuza, poi, se loro dovevano andare a casa o a lavorare, noi avevamo qualcosa da editare e a cui dare una forma.

André: Penso che ciascuno di quei collaboratori ci abbia aiutato a ottenere il sound che abbiamo adesso. Se non avessimo lavorato con quei musicisti in Territories, credo che The Crystal World sarebbe stato un album molto diverso. Credo anche che ciascuno di loro ci abbia aiutato a sentirci sicuri quando prendevamo decisioni. Tutti quei musicisti nei loro progetti principali cercano costantemente di superare i loro limiti e portare le loro idee in luoghi nuovi.

Nella nostra prima intervista abbiamo parlato della scena musicale di Chicago. Dopo Territories, un po’ del sangue di questa scena scorre nelle vostre vene. Che cosa avete imparato da gente come Judd, Lamont, Solotroff e così via? Anche dal punto di vista non musicale.

Terence: Credo che mi abbia influenzato la loro apertura alle nostre idee. Sono stati generosi non solo nel decidere di collaborare con noi ma anche quando sono entrati in studio. Sapevano esattamente cosa fare e in una o due prove noi avevamo già qualcosa con cui lavorare e usare come fondamento per qualcosa di più.

André: Ciascuno di quei musicisti è in grado di lavorare velocemente e intuitivamente. Tutti hanno portato qualcosa di molto fresco all’album. Penso che lavorare con loro mi abbia reso più sicuro nel fare la musica che mi interessa.

Mi sono innamorato di una band chiamata Ural Umbo. Inoltre, di recente ho scritto una recensione difficilissima di Something That Has A Form And Something That Does Not, a firma del duo On. Entrambi i progetti vedono Steven Hess alla batteria, esattamente come i Locrian adesso. Raccontatemi qualcosa di lui e del suo ruolo in The Crystal World.

Terence: Dunque, André da tempo era fan del suo modo di suonare la batteria e io finalmente avevo visto gli Haptic (uno dei progetti di Hess, ndr) suonare e capito che lui sarebbe stato un musicista interessante con cui collaborare. Abbiamo scoperto che anche Steven era curioso di fare qualcosa insieme e qualcosa infatti è scattato, dato che un mese dopo eravamo in studio a realizzare The Crystal World, gettando le prime idee sul tavolo. Poi abbiamo reso tutto più ufficiale e abbiamo finito di essere un duo per diventare un trio.

Steven Hess, foto di Rik GarrettSteven Hess: Grazie per le parole gentili su Ural Umbo e mi spiace se il disco degli On è stato così difficile da recensire per te, ma mi è piaciuto quello che ne hai scritto. Devo anche aggiungere che Solotroff è stato un fattore determinante per unirmi ai Locrian. Avevo visto e sentito i Locrian qualche volta e mi era piaciuto quello che facevano, inoltre avevo detto a Mark che delle percussioni sarebbero state bene in parte del loro materiale, così lui ha pensato che sarebbe stato grandioso e ci ha presentato. In sala prove mi hanno invitato a occuparmi della batteria per quello che sarebbe diventato The Crystal World. Il resto è storia.

André: Lavorare con Steven a The Crystal World è stata una grande esperienza. Quando all’inizio abbiamo prenotato lo studio per registrare l’album non avevamo pianificato di avere alcuna percussione, visto che non credevo che avremmo trovato facilmente un percussionista che si sarebbe adattato alle nostre idee. Steven possiede un background consistente in un sacco di stili diversi e non è entrato in studio tentando di suonare in maniera “diretta”. Penso che uno stile troppo diretto avrebbe stonato in questo disco, allontanandolo dal suo concept e dal suo “mood”. Steven ha aggiunto nuove texture e nuovi ritmi che funzionavano bene con i pezzi. Non riesco a enfatizzare abbastanza quanto lui abbia dato al disco.

Noise, ambient, doom o black metal, improvvisazione, legami con la prima elettronica e forse mi sto scordando qualcosa. I Locrian oggi mi sembrano un organismo autonomo e indipendente, ma molto difficile da definire. È una contraddizione?

Terence: Mi piacciono le contraddizioni. E  vorrei dire che una delle cose a cui diamo più valore è la nostra indipendenza. Vogliamo essere difficili da categorizzare, ma non nel senso che vogliamo fare i Mr. Bungle, piuttosto che vogliamo avere una cosa solo nostra. Non quella di qualcun altro.

Steven: Sono d’accordo. Abbiamo tutti numerose e differenti influenze e questo ovviamente si sente nella nostra musica e dovrebbe essere così. Vogliamo essere qualcosa di unico e penso che lo stiamo facendo e lo faremo.

André: Forse ci sono contraddizioni, ma penso che ci sia comunque una grande continuità in ciascuno degli album in studio e in questo in particolare. Voglio dire, guarda a come cominciamo e finiamo l’album: l’elettronica è il fondamento della prima traccia, con un’armata di oscillatori che fanno questo grande accordo cupo, mentre l’ultima traccia finisce in maniera interamente acustica: ci sono chitarre acustiche, parti di violino e di fisarmonica. Penso che la giustapposizione acustico/elettronica possa essere definita una contraddizione, ma con un senso.

Ballard è uno dei miei scrittori preferiti, così ho subito comprato The Crystal World (in italiano il libro si intitola Foresta di Cristallo, ndr): non ce l’avevo, perché mi interessavano di più le cose successive (Crash…). Cos’ha catturato la vostra attenzione? Il fermarsi del tempo? Con la vostra musica di solito dipingete una città in rovina, ma ora stiamo parlando di una foresta cristallizzata, qualcosa di contemporaneamente splendido e spaventoso.

Terence: Ero fan di Ballard da lunghissimo tempo. Avevo letto The Drowned World (Il Mondo Sommerso , ndr) quand’ero molto piccolo e mi aveva preso perché così diverso dall’altra fantascienza. Di cui sono comunque fan. Poi ho dovuto leggere Crash al college e sapevo che c’era molto lì dentro, come se non fosse una cosa di nicchia, ma proprio letteratura.
The Crystal World è uno di quei libri grandiosi e particolari, che parla di un’apocalisse che cresce lentamente e ha personaggi ben delineati. L’ho trovato bello e terrificante, terribilmente sublime. Per me somiglia a White Noise di DeLillo.

Le urla in “Obsidian Facades” (da The Crystal World) sono incredibili, ma percepisco moment più melodici nel vostro ultimo album. Siete d’accordo? È stata una mossa cosciente?

Terence: Penso che siamo sempre stati sottilmente melodici. In una maniera minimale. Direi di sì, che è stato qualcosa di conscio realizzare pezzi più vicini a delle canzoni ed espandere le melodie.

Utech Records sta diventando un’etichetta sempre più importante per il vostro genere. Come siete entrati in contatto con Keith Utech? Che ne pensate del catalogo e delle grafiche eccellenti?

Terence: Ammiravamo il suo lavoro con gente come Skullflower e Horseback e abbiamo sentito un’affinità. In più aveva già pubblicato il disco degli Ural Umbo di Steven.

Steven: Non ho altro che apprezzamento per la Utech e per ciò che fa Keith. Ha grande gusto musicale ed estetico, in più sa quando qualcosa deve essere ascoltato dagli altri. Non cerco di glorificare me stesso o i Locrian, toglici pure dal quadro e vedrai che lui pubblica comunque dischi fantastici. Anche andando ai primi giorni della Utech, quand’era più sperimentale e free jazz (e quando io ho iniziato a collaborare con Keith), c’erano uscite forti con grandi nomi. Adesso lui ha esperienza e sa quello che fa, per questo penso che il futuro sarà ancora migliore per la Utech. Se non hai sentito cosa ha pubblicato di recente, ti raccomando di farlo.

André Foisy, foto di Rik GarrettAndré: Utech Records è un’etichetta fantastica. Consiglio moltissimo ai lettori di ascoltarsi il catalogo, perché c’è roba grandiosa. Siamo entrati in contatto con Keith perché eravamo fan di alcuni dischi usciti per Utech, tra l’altro accorgendoci che lui vive a Milwaukee, in Wisconsin, che non è lontana da Chicago. Gli ho scritto, mi sono presentato, ci siamo scambiati materiale e lui ci ha chiesto di fare un disco per Utech.

A proposito di artwork eccellenti, dobbiamo fare il nome del vostro cover artist Justin Bartlett. Il suo stile è immediatamente riconoscibile e molte band di metal estremo (e non solo) lo stanno “impiegando”. Secondo voi, quali sono le ragioni della sua popolarità?

Terence: Justin è incredibile, ho parlato molto con lui di disegno e secondo me è il segreto è il suo tratto. Intendo che è davvero unico e “suo”, lo identifichi subito. Non si può plagiarlo o duplicarlo nemmeno digitalmente. Penso che siano grandi la sua sensibilità, la serietà in ciò che fa e la sua irriverenza!

Steven: Sono fan di Justin da un po’, e come ha detto Terence, è unico ed è molto serio nel suo lavoro, in più quello che fa è piacevole da guardare ma allo stesso tempo shockante,  il che mi piace. È stato bello lavorare con lui e non potrei essere più felice di quello che ha realizzato per i Locrian.

Pare che uscirete con album collaborativo tra voi e Jenks Miller-Horseback…

Steven: Sì. Lo pubblicherà la Utech su vinile, verso la primavera-estate del 2011...

André: Lo abbiamo registrato nel periodo in cui abbiamo suonato all’Hopscotch festival in North Carolina, questo settembre. Siamo felici di com’è uscito. La musica registrata non suona né come i Locrian né come Horseback, ma come quella di progetti totalmente diversi.

E che mi dite di Land Of Decay Records? Ho sentito la cassetta di Neil Jendon. Rivela il vostro interesse per i vecchi suoni elettronici…

Terence: Si tratta dell’etichetta mia e di André.  Sì. Abbiamo pubblicato edizioni limitate dei Locrian e il nostro materiale solista, più roba di Gerritt Wittmer, Dead Letters Spell Out Dead Words e Neil Jendon.  E stiamo per pubblicare una cassetta di una delle nostre heavy band locali preferite, i Sun Splitter, seguita da ristampe dei primi Gog e forse qualcosa di Persistence In Mourning e Velnias. Tutto su cassetta, anche se scapperà qualche cd-r.

André: Abbiamo dei piani ambiziosi per la nostra piccolo etichetta. Vogliamo davvero buttar fuori quest’infornata di album. Così credo che verranno fuori i nostri interessi nell’elettronica, ma anche in certo metal. Per ora, ci concentriamo su piccole edizioni in cassetta, ma se avremo soldi faremo qualcosa in vinile. Mi piacerebbe realizzare la versione in vinile di Neil Jendon…

::Locrian su Audiodrome::

A cura di: Fabrizio Garau [fabrizio.garau@audiodrome.it]

Gruppo: Locrian
Intervistato: Terrence Hannum
Intervistato: André Foisy
Intervistato: Steven Hess 

Data intervista: novembre 2010
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